TREVISOLAICA che ovviamente è una Treviso PIU’ Europa, con (speriamo) più laici, più socialisti, più liberali, più radicali…


Liste Pd, Pasquino stronca Veltroni e rimpiange Bad Godesberg
4 Marzo, 2008, 7:21 pm
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 Roma, 3 mar (da il Velino) – “Abbiamo perso le elezioni comunali a Milano candidando a sindaco un prefetto, Bruno Ferrante. Pensiamo forse di vincere le politiche raddoppiando i prefetti e aggiungendo un generale?”. Al politologo Gianfranco Pasquino, ex parlamentare della sinistra, il modo in cui Walter Veltroni si sta muovendo nella scelta dei candidati proprio non piace. Lo “stillicidio” – così lo definisce – di annunci sulle candidature-vetrina non può essere affatto condiviso, dice al VELINO il politologo. Che non risparmia dalle critiche neppure la scelta di puntare su giovani ricercatrici per il ruolo di capolista – “mandarle in Parlamento significa rovinare la loro vita, quanto ritorneranno agli studi si troveranno nettamente distanziate dai colleghi” – né il ricorso a imprenditori come Massimo Calearo “il quale non ha mai detto di essere un uomo di centrosinistra, e del quale non si conoscono le qualità politiche”. La composizione delle liste sembra a Pasquino “rispondere a esigenze prettamente pubblicitarie – ‘un operaio ma anche un imprenditore’. Al gruppo dirigente del Pd era stato chiesto di organizzare elezioni primarie. La risposta è stata no anche laddove i Ds e persino la Margherita avevano manifestato disponibilità: tutto si riduce a un’operazione di vertice”. Il disappunto del politologo è tale da stimolargli nostalgia per il Pci, “che sceglieva i candidati anche attraverso consultazioni della base, così da saggiarne la popolarità e l’indice di gradimento”. Ora, invece, il leader del Pd fa “il bello e il cattivo tempo”. Ma, procedendo a candidature concepite solo per raggranellare “qualche voto in più” (esito del quale Pasquino dubita), rischia – avverte il politologo – di ritrovarsi senza un gruppo parlamentare all’altezza, in cui spicchino 20-30 personalità dotate della necessaria qualità politica. “E parlare di rischio è un eufemismo”.

D’altra parte, in questa fase “non vedo all’opera – prosegue il cahier de doléances di Pasquino – alcun gruppo dirigente del Pd, vedo solo un collaboratore di Veltroni come Goffredo Bettini”. A maggior ragione per il politologo “un passaggio congressuale ravvicinato è cruciale. Sia che si vinca, sia che si perda. Se Veltroni vince, si tratterà di confrontarsi su ciò che il governo farà davvero. E di garantire al leader il massimo sostegno del congresso. Se perde, bisognerà riflettere sugli errori commessi – anche nel reclutamento dei candidati. Né basterà dire che vincere era difficile. Tanto meno lo si potrà fare se Veltroni perderà alla grande – in quel caso, anche la sua leadership potrebbe essere messa in discussione”. Nelle assise auspicate da Pasquino “occorrerà poi rispondere alla domanda fondamentale: come si costruisce e si organizza un partito non di sinistra come quello concepito da Veltroni. E come si costruisce un gruppo dirigente adeguato”. Per il politologo gli sbagli sono cominciati con un confronto per la leadership basato “su tre candidature, di cui una sovrastante. Anche l’aver impropriamente parlato – per quella corsa a tre – di primarie è un errore rivelatore. Evidentemente non si sa neppure che cosa siano, le primarie”. Dopo una simile falsa partenza, si capisce perché – per costruire un partito moderato e di sinistra così come lo immagina Pasquino – Veltroni “abbia fatto – per dirla all’inglese – too little, too late”. Non solo. Per il politologo c’è “molto di vero” nelle posizioni di quanti criticano la sinistra italiana per avere finora saltato “l’appuntamento con Bad Godesberg”, la località che ospitò nel 1959 un congresso di svolta – dal marxismo all’economia di mercato – del Partito socialdemocratico tedesco. Un tema che riaffiora oggi nella polemica tra chi, a sinistra del Pd, accusa Veltroni di dare addio nel modo peggiore – candidando un “falco” quale Calearo – al conflitto di classe, e chi – a nome del nuovo soggetto – replica – come fa Antonello Soro – che “i conflitti sociali ed ideologici rientrano in un’idea vecchia di cui il paese non ha bisogno”. Un confronto interessante, che scaturisce però dalle reazioni a una candidatura anziché da una svolta congressuale come quella compiuta quasi mezzo secolo fa dai socialdemocratici tedeschi. “I momenti per fare una Bad Godesberg all’italiana ci sono stati, ma nono stati rifiutati”, lamenta Pasquino, accennando alle occasioni manate di Rimini e Pesaro (“dove Giuliano Amato tenne uno straordinario discorso riformista, senza però riuscire in seguito a passare dal predicare bene al razzolare”).

Tipico della nostra sinistra ex comunista – aggiunge il politologo – è “presentare assise o stati generali come momenti epocali che alla prova dei fatti si dimostrano – basti pensare a Orvieto – appuntamenti dal dibattito precostituito. Mentre occorrerebbe valorizzare il dissenso, come quello che in un Pd ad ampio raggio politico avrebbero potuto esprimere Gavino Angius e Fabio Mussi. Un tempo il Pci schiacciava il dissenso, ora lo si soffoca”. Rispetto a questo deficit culturale e politico, la politica delle candidature tracciata da Veltroni “è la punta dell’iceberg. Una punta molto brutta: a Bologna nelle candidature si intravede solo una riverniciata ai ceti dirigenti di Ds e Margherita. Né va meglio col ringiovanimento per cooptazione: in un partito si dovrebbe emergere combattendo battaglie al termine delle quali chi perde esce, chi vince accelera la propria ascesa”. Così avviene tra i laburisti britannici, fa notare Pasquino. Che per il prosieguo della campagna elettorale veltroniana paventa – dopo lo stillicidio delle candidature – quello sull’annuncio dei ministri: “Anche per la squadra di governo si dovrebbero consultare i gruppi parlamentari e i dirigenti del Pd. Invece un leader plebiscitato come Veltroni esercita un grande potere plebiscitario – il che, ai tempo del Pci, avrebbe rappresentato un peccato mortale – e privo di contrappesi. L’indisponibilità ad accettare critiche rende ulteriormente asfittico il dibattito”. Per Pasquino le cose non andavano granché meglio ai tempi della segreteria Fassino, anche se le bacchettate pubblicamente inferte al politologo dall’allora leader Ds “erano almeno – ironizza – un segnale di attenzione. Rendo omaggio al compagno Piero, che forse si candida a fare il sindaco di Torino”. A Roma, invece, in pista c’è per la terza volta Francesco Rutelli. “Pessimo segnale, quello di un dirigente nazionale che lascia il Parlamento – forse sentendo aria di successo del centrodestra – per ambire a una poltrona di sindaco già conquistata due volte”, osserva Pasquino. Che conclude chiedendo: “Era forse questo lo spirito della legge che vietava ai sindaci più di due mandati consecutivi? No: l’intenzione era favorire la circolazione del personale politico, non il riciclaggio di chi ha il presentimento di una sconfitta”.



Ossimoro n. 3 (realtà virtuale)
4 Marzo, 2008, 7:12 pm
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Molto di più che fossimo qui ed ora

E’ il mio amore senza fissa dimora

Senza né luogo o tempo o giaciglio

Come carezza senz’unghia o artiglio 

Come bacio senza saliva o fiato

Come sguardo fisso nel vuoto

Come la distanza che non divide

Fa più vero quel che non accade.



CON CALMA (dal blog di Saravisentin)
4 Marzo, 2008, 6:01 pm
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Finalmente il PD ha eletto il suo direttivo e sembra essersi scelto il leader provinciale.

Il quale, il 1° marzo 2008, a meno 45 giorni dalle elezioni amministrative, dichiara candidamente ai giornali  “E ora pensiamo a Treviso”.

Ma perchè? Prendete il caffè, l’ammazzacaffè, fatevi una pennica di 10 o 15 giorni.. Tanto, che fretta c’è?

I miei complimenti…. (sara visentin)